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Le nozze tra le Generali e la rivale Axa, una prospettiva da 170 miliardi

La partita che più sembra alla portata di mano, nonostante le ultime (ma sanabili frizioni) con la famiglia Berlusconi, è senz’altro l’alleanza tra Vivendi e Mediaset, dove l’obiettivo è lanciare un’alternativa europea a Netflix degli americani. Ma il vero sogno di Vincent Bolloré, che lo proietterebbe nell’olimpo della finanza europea, è un altro: creare un colosso mondiale delle assicurazioni, facendo convolare a nozze la francese Axa con Generali, l’eterno rivale. Un’operazione tanto ardita e complessa che non riuscì neppure a un banchiere di lungo corso, come Antoine Bernheim, per anni socio di Lazard e storico presidente di Generali fino al 2010. Quel Bernheim, da molti definito il Cuccia francese, che introdusse Bolloré nei salotti buoni di Mediobanca e del Leone.

Mettere assieme Axa, seconda assicurazione al mondo, e Generali, prima in Italia e tra i leader a livello europeo, significherebbe creare un gruppo capace di macinare oltre 170 miliardi l’anno di ricavi e più di 10 miliardi di utile operativo. Un colosso, con oltre 230 mila dipendenti, che potrebbe contare su quasi 160 milioni di clienti.

E a guardare le quotazioni di Borsa per Axa, che vale circa 42,7 miliardi, Generali, con una capitalizzazione decisamente più bassa (18,2 miliardi), appare un boccone più che appetibile. Ma resterà un sogno di mezza estate? In realtà, sebbene niente ci sia mai stato di ufficiale, a Parigi da tempo circolano voci sulla possibilità di questo matrimonio. Non solo per l’attivismo degli ultimi tempi di Bolloré su Mediobanca, dove ha una quota ormai vicina all’8%. Ma anche per le possibili alleanze e amicizie che il finanziere bretone sta tessendo e coltivando. A partire da Philippe Donnet che dal marzo scorso è alla guida di Generali. Un altro francese, e non a caso. È balzato lì grazie alla spinta di Bolloré. E Donnet proviene alla scuderia di Axa, dove è stato manager dal 1985 al 2007.

Dal gruppo sarebbe uscito per dissidi con l’ad Henri de Castries, mentre è rimasto molto vicino a Claude Bébéar, un personaggio chiave nella vicenda. Classe 1935, di Limoges, figlio di un preside di scuola media e di una maestra elementare, poi laureato in una delle solite grandes écoles dell’elite (il Polytechnique), partendo dagli Anni Settanta Bébéar fece di un piccolo gruppo mutualistico di provincia il colosso Axa, da lui fondato nel 1985. Nel 2000 lasciò le redini del secondo colosso assicurativo al mondo a de Castries, ma in realtà ha mantenuto una grossa influenza su Axa ed è uno dei deus ex machina del capitalismo francese. Da sempre è vicino a Bolloré, che ha aiutato in più occasioni a trovare finanziamenti per le sue scalate. Determinante è stato il ruolo di Bébéar nell’aiutare il finanziere bretone ad accaparrarsi Vivendi.

Ecco, ora Bolloré potrebbe aiutare Axa a entrare nel capitale di Generali. Quanto a de Castries, va detto che sta per abbandonare il ponte di comando. Dal primo settembre sarà sostituito da Thomas Buberl, tedesco, da molti considerato una pedina debole dell’ingranaggio e forse l’occasione per il vecchio Bébéar, l’amico di Bolloré, di ritornare ancora più in auge. Da parte sua Axa ha appena ceduto la filiale in Romania, un mese fa è uscita anche dal mercato serbo, sta negoziando la vendita della società controllata in Portogallo e soprattutto ha messo in vendita una parte dei suoi asset britannici, che da soli dovrebbero procurare al gruppo 830 milioni di euro. Sembra quasi che Axa stia facendo cassa, preparandosi a nuove avventure. Forse in Italia?

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Banche: entro 2020 16000 lavoratori licenziati

“In 3 anni, dal 2013 al 31 marzo 2016, dai gruppi bancari italiani sono usciti 11.988 lavoratori e altri 16.109 sono pronti ad uscire entro il 2020 in base agli accordi sindacali sugli ultimi piani industriali, di cui quasi 9.000 potenzialmente prepensionabili. A fare i conti è la Fabi con il segretario generale Lando Maria Sileoni che sottolinea come, tra 2009 e il 2016, siano stati tagliati 3.972 sportelli.

Nei 5 maggiori istituti Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi, dal 2009 al 2015 sono state chiuse o cedute 4.439 filiali”.

Fabi propone che le banche possano usare per tre anni i 200 milioni all’anno della Naspi per finanziare i due anni in più di durata (da 5 a 7 anni) del Fondo esuberi e, sul fronte delle riduzione dei costi chiede una riduzione delle consulenze milionarie, una maggiore selezione delle sponsorizzazioni la riduzione degli stipendi dei manager, dei cda, dei comitati di gestione e di sorveglianza, dell’attività del recupero crediti e della cessione degli npl.

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